Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
24 luglio 2024 * S. Cristina vergine
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Riflessione dettata dal Rettore alle famiglie riunite in ritiro spirituale il 12 maggio 2013 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di San Giorgio di Pesaro   La fede

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Prima di leggere il brano proposto, è bene inserirlo nel contesto.
Siamo nella storia di Giuseppe l’Ebreo, figlio di Giacobbe. Tutti sommariamente la conosciamo.
E’ venduto, per gelosia e invidia, dai fratelli. Viene a trovarsi alla corte del re di Egitto. Qui subisce altre prove, fatte anche di accuse calunniose che, ritenute vere, lo gettano in prigione. Avendo interpretato i sogni del faraone, viene liberato dalla prigione e viene eletto vice re di Egitto, con l’incarico della politica agraria, che dovrà svolgere con saggezza.

Comunque, tutto quanto gli capita, serve a lui per una purificazione e per renderlo pronto e capace a svolgere la missione che intende affidargli il Signore: essere strumento di riconciliazione tra i fratelli.
Aveva diciassette anni quando, mandato dal padre, aveva fallito l’incarico nella ricerca dei fratelli; da loro poi, come detto, venduto ai mercanti di Egitto.
Ora ha trentadue anni. Li incontra di nuovo, perché sono scesi in Egitto per far rifornimento di grano. Essi non lo riconoscono, lui sì; li tratta con durezza, li accusa di spionaggio, li mette in carcere per tre giorni. Poi, li libera e dà loro il grano, a condizione che successivamente gli portino il fratello minore, Beniamino; però trattiene uno di loro, Simeone, come ostaggio.
Sulla strada del ritorno, i fratelli trovano nei sacchi il denaro furtivamente restituito da Giuseppe. Sono assaliti dal rimorso e cominciano a capire che, in tutta la vicenda, c’è la mano di Dio. Dicono: “Che è mai questo che Dio ci ha fatto?”.
A casa raccontano tutto al padre, ma egli si rifiuta di mandare Beniamino: “Il mio figlio non verrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo”.
In seguito, sono costretti per necessità a tornare ancora per comprare altro grano. Giuda si fa garante, presso il padre, della vita di Beniamino.
Giuseppe li accoglie gentilmente, offre loro un buon pranzo, però mantiene ancora un certo riserbo e distacco, in attesa del momento propizio.
I fratelli ripartono carichi di grano. Poco dopo sono raggiunti dalle guardie che estraggono dal sacco di Beniamino la “coppa d’argento” di Giuseppe. Sono accusati di aver reso male per bene e quindi puniti per la mala azione.
Il momento è terribile, tutti si offrono come schiavi, pur di non lasciare Beniamino. Ma Giuseppe insiste a voler trattenere Beniamino. Allora c’è l’intervento di Giuda: “Se non lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita”.
È qui, che si inserisce il testo proposto e che ora ascoltiamo.
Giuseppe non riesce più a contenersi. Si commuove e si fa riconoscere. Anche il faraone accoglie i fratelli, così che la riconciliazione familiare diventa anche sociale e politica. Ora, Egiziani ed Ebrei, stringono amicizia.
La notizia passa a Giacobbe che pure scende in Egitto. La riconciliazione, già avvenuta, ora è rinsaldata. Tutti si trovano riuniti e concordi nel riconoscere lo stesso padre, senza più distinzioni di ruoli e senza più gelosie fra di loro.
Potremmo domandarci: “Perché è stata una storia così lunga e sofferta, durata quindici anni?”. Proprio perché c’era molto da riconciliare, occorreva anche molto tempo, scandito per tappe.
Ed ora quali applicazioni per noi?
Quante divisioni anche nelle nostre relazioni! I motivi possono essere diversi, ognuno ne conosce qualcuno. Normalmente avvengono a causa di invidie e gelosie ed a causa di interessi. Questo capita nell’ambito di famiglia e tra parenti, tra famiglie vicine e diverse, tra catechisti e operatori pastorali delle parrocchie, tra gli amici e i collaboratori del santuario, tra i membri di un gruppo e tra i gruppi!
Cosa ci vorrebbe per non caderci ed, eventualmente cadutoci, cosa ci vuole per uscirne?
Si tratta di rendersi consapevoli che, per vivere saldamente la fratellanza, è necessario mantenere fede ad un’unica paternità: quella verso Dio.
A questa viene equiparata anche quella verso coloro che Dio ha scelto per rappresentarlo nelle varie realtà sopra citate.
Per uscirne, sono necessarie delle tappe che avvengono gradualmente, come percorse da Giuseppe. Riflettiamoci un poco.
Gesù ha detto: “Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo”.
Se viene meno questo riferimento, che vale anche per ogni livello sopra citato, s’innescano divisioni di ogni genere. A parole si dice di essere fratelli, ma di fatto non ci si ama. Significative, a tal proposito, sono le ultime parole dettate da Don Lamera proprio qui da dove vi parlo, nell’ultimo suo incontro: “Amatevi, amatevi, amatevi…”.
La divisione avviene quando uno si crede più capace o più meritevole di altri; quando si assumono dei ruoli che non provengono dall’alto ma che sono stati cercati e voluti per un personale prestigio; quando ci si atteggia ad essere un “superiore e un comandante” sugli altri, più che un chiamato a svolgere il servizio di amore, con disinteresse.
Negli appunti, che avete sotto mano, trovate tutto questo sviluppato con alcuni passaggi molto attuali.
Ci potrebbe essere una fraternità espressa nel bisogno ed anche desiderosa di trovarsi assieme, ma da sola non basta.
Ci potrebbe essere una fraternità conviviale, quella di sentirsi uniti a tavola tra parenti e amici o persone facenti lo stesso cammino, ma se non è animata da un vincolo superiore, da sola non basta.
La fraternità vera è quella che si basa nel sentirsi figli dello stesso padre: questo, come detto, sia a livello della paternità divina, sia a livello di coloro che, per volontà di Dio, sono preposti a rappresentarlo.
Chi sono questi rappresentanti?
I padri e le madri di famiglia; i pastori della Chiesa: vescovo, parroco e quanti preposti nelle diverse chiese e comunità; i superiori delle congregazione e degli istituti religiosi; i presidenti o responsabili di gruppi, di associazioni, di settori apostolici, di amministrazioni civili, di aziende, e così via.
Tutti questi sono chiamati ad esercitare un certo tipo di autorità, ma che sia paterna. Paterna significa che è esercitata con autorevolezza e non con severo comando. Il comando è esercitato da chi è debole, da chi è incapace di svolgere il proprio ruolo, da chi lo svolge non come missione affidatagli da Dio, ma come ricerca di una propria affermazione.
Con autorevolezza, invece, significa esercitarlo sullo stile di Dio, l’unico vero padre, il quale se anche padrone del mondo e nostro creatore, non fa il poliziotto, ma dona tutto se stesso per amore nostro, mandando il Figlio non per giudicare, ma per salvare il mondo.
Pertanto, l’esperienza della paternità da una parte, e il riscontro di una figliolanza dall’altra, è un elemento imprescindibile per vivere la fraternità. Non c’è altra via per ricostruire il clima di famiglia.
E’ bene espresso da Paolo agli Efesini: “Vi è un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra tutti e agisce per mezzo di tutti e dimora in tutti”.
Ovviamente questo vale anche per coloro che Dio ha chiamato ad esercitare un ruolo; e vale per coloro verso i quali è svolto il ruolo stesso. Se gli uni devono vivere la paternità esercitata con autorevolezza, gli altri devono vivere figliolanza fatta di attenzione e di obbedienza, non come semplice e subita sudditanza, ma nella fiducia, nel rispetto e nell’amore proprio di figli.
Cosa ci dicono, allora. le parole di Paolo con gli attributi riferiti alla paternità di Dio e conseguentemente alla nostra risposta di figliolanza?
Vediamoli.
“Padre di tutti”. Non vi sono preferenze o distinzioni, caste o ruoli; non ci sono figli e schiavi. Davanti a Dio siamo tutti uguali in dignità, anche se con ruoli diversi. Ognuno è chiamato a lodare Dio per i propri doni ricevuti e per quelli degli altri. Sono tutti da esercitarsi per il bene comune.
“Padre sopra tutti”. Nessuno può mettersi al di sopra di lui. E noi siamo tutti nello stesso piano, nessuno si senta superiore agli altri, ma ognuno è al servizio dell’altro. Forte in tal senso il testamento di Gesù: lavarsi i piedi l’un l’altro.
“Padre che agisce per mezzo di tutti”. Ci usa tutti come strumenti. Quale valore e quale dignità, in tale senso, acquistano le nostre azioni!
“Padre che dimora in tutti”. Siamo tutti tempio della sua presenza, come altrove si esprime Paolo: “Se uno distrugge il tempio di Dio che siete voi, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”.
Le divisioni mostrano che è in atto la distruzione del Tempio di Dio.
Attenzione, allora, a ravvedersi, dice Paolo, per non doverne subire le conseguenze!

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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