16 Granello senapeTesti liturgici: Sap 12,13.16-19; Sl 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
Per il documento: clicca qui
Spesso ci lamentiamo per le ingiustizie che sono nel mondo, soprattutto quando a doverle subire sono gli innocenti, i poveri e i deboli.
Il sentimento è certamente buono, però non altrettanto potrebbe essere il metodo che scegliamo per la soluzione.
Sappiamo che la giustizia consiste nel dare ad ognuno quanto gli è dovuto e si merita.
Allora, prima di chiederci se siamo giusti verso gli altri e come risolvere il problema che riscontriamo nella società, poniamoci questa domanda: Verso Dio noi siamo giusti e gli diamo quello che si merita, oppure no?
Gli esempi di ingiustizia verso Dio sono tanti. Ne cito solo uno.
Basti pensare alla domenica, al giorno del Signore: quanta gente oggi, pur potendolo, non lo santifica?
È una vera ingiustizia! Ora, se siamo ingiusti verso Dio, come riusciremo ad essere giusti verso gli altri?
Ammettiamo, invece, che noi personalmente lo siamo. Solo così siamo giustificati nell’addolorarci per le ingiustizie del mondo!
Però, ci assomigliamo a Dio?
La parola che ci ha rivolto oggi, ce lo insegna.
Consideriamo la prima lettura che ha iniziato così: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto”.
Poi continua: “… sei indulgente con tutti… giudichi con mitezza… dopo i peccati, tu concedi il pentimento”.
Come sono consolanti queste parole! Esse ci aiutano a ricostruire in noi il volto corretto di Dio ed anche ci insegnano a rapportarci giustamente con gli altri.
Infatti, molti credenti hanno un’immagine falsa del Signore. Essa corrisponde più a considerarlo un padrone pieno di ira per i peccati che si commettono, tanto che non vede l’ora di farcela pagare.
Anche molti di coloro che si considerano educatori, escono con questa espressione: “Comportati bene, perché altrimenti il Signore ti castiga!”.
È vero che chi si comporta male, se non si pente e non cambia vita, va a finire male. Infatti il peccato, allontanandoci da Dio che è l’unica fonte di ogni bene, ci porta veramente a finire male.
Ciò premesso, allora, la conclusione è: non è il Signore a castigarci; piuttosto siamo noi stessi, come si suole dire, a gettarci la zappa sui piedi.
Il Signore è sempre in attesa di poterci perdonare; neppure il più grande nostro peccato riesce a impedirgli di amarci. È sempre in attesa della nostra conversione.
Analogo dovrebbe essere il nostro atteggiamento e comportamento verso gli altri.
Con la parabola della zizzania, Gesù spiega molto bene il comportamento di Dio, e quello che dovrebbe essere il nostro.
Sappiamo che la zizzania è una pianta parassita, soffoca quella buona.
Il brutto è che, siccome assomiglia molto alla pianta di grano e le sue radici si intrecciano con quelle del grano stesso, volendola giustamente strappare, corriamo il rischio di estirpare anche il buon grano.
Pertanto, conviene aspettare il momento opportuno.
Anche noi vorremmo risolvere tutto e subito, quando qualcosa non va. Siamo tentati a intraprendere soluzioni drastiche per togliere il male.
Ma il bene è sempre mescolato al male, sia in noi che negli altri: dobbiamo abituarci a conviverci, fino a che non giunge il momento opportuno.
Come si comporta Dio?
Egli fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, su coloro che credono in lui e su coloro che lo ostacolano. Il Signore non ha preferenze: tutti siamo importanti davanti a lui.
Per questo Dio vuole che nessuno si perda, anche se ciò significa aspettare con pazienza i tempi di crescita di ognuno.
E noi, allora, sappiamo attendere nella speranza?
Ognuno ne tiri le conseguenze.
Comunque, non lasciamoci mai scandalizzare dal male; piuttosto, cerchiamo di fare meglio noi il bene che già facciamo.
Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello