17 Tesoro nascostoTesti liturgici: I Re 3,5.7-19; Sl 118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
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Se il Signore avesse detto a noi, come a Salomone: “Chiedi quello che vuoi, te lo darò subito”, noi cosa avremmo chiesto?
Certamente avremmo chiesto quello che ci sembra la cosa più importante, quello che consideriamo il tesoro più prezioso!
Avremmo fatto bene!
Ma qual è per noi il vero tesoro, quello prezioso?
Consideriamo il comportamento di Salomone. Egli si trova nella condizione di dover governare. Avrà pensato: “Come riuscirò a governare secondo il cuore di Dio?”.
Ed allora ebbe l’ispirazione di chiedere le uniche cose che considerava davvero necessarie per il compito affidatogli: la sapienza e la saggezza.
È stata una scelta davvero sensata!
A che servono, infatti, il potere personale, la ricchezza, tutti i mezzi e la forza militare, se poi non si è capaci di gestire in maniera oculata il potere governativo?
Come è importante anche per noi, in ogni missione da compiere, avere i doni necessari per svolgerla bene!
Dobbiamo saper chiedere in preghiera il dono del discernimento e della prudenza, come ha fatto Salomone. Il Signore gli ha dato quanto richiesto, dicendo: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente; uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te”.
La stessa cosa vuol insegnarci Gesù con le parabole evangeliche di oggi.
Forse l’iniziativa dell’uomo che scopre il tesoro e lo nasconde di nuovo, sembrerebbe non del tutto onesta.
Ma qual è l’atteggiamento e l’azione che Gesù vuol sottolineare?
Eccola: “Pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. Come pure del mercante di perle preziose, dice: “Trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”.
Due sono gli atteggiamenti e le azioni da sottolineare: “Pieno di gioia”; ed anche: “Vende tutti i suoi averi”.
Con altre parole possiamo così descrivere il loro ragionamento: “Per ottenere quello che ha più valore, vale la pena perdere quello che ne ha di meno!”.
Ci domandiamo: Noi siamo sempre pieni di gioia quando eseguiamo le opere di Dio, facendo la sua volontà, anche se è necessario rinunciare a qualcosa che ci sta pure a cuore?
Purtroppo, per molti cristiani non è così!
Che gioia ci può essere se pratichiamo le opere della fede come se fosse un dovere, per paura dell’inferno o per paura di conseguenze come se fossero castighi di Dio; in ultima analisi, semplicemente per metterci a posto con la coscienza?
Che gioia ci può essere se abbiamo un rapporto clientelare con il Signore? In altre parole se viviamo la logica del baratto: “Signore, io faccio questo e questo; tu dammi questo e quest’altro!”; sino a dire: “Siccome il Signore non mi ascolta… non credo più!”.
Con tale atteggiamento di fondo, come facciamo a vendere tutto il resto?
Ed ancora.
Quanti cristiani compiono le opere di Dio solo se hanno tempo! Tutto il resto viene prima del Signore.
Con quale conseguenza?
Con la conseguenza di non ricevere il vero bene per sé, e quindi privandosi della gioia!
Questi cristiani non hanno ancora capito la forte affermazione di Paolo: “Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”.
Infatti, solitamente tendiamo a dividere le nostre giornate in eventi positivi: “E’ andata come desideravo!”; ed in circostanze negative: “Mi va tutto a rovescio!”.
È necessario cambiare prospettiva e, cioè, credere che tutto quanto avviene nella nostra vita concorre al nostro vero bene.
A questo punto, non esisterebbero più circostanze e fatti favorevoli o meno. Ci sarebbero solo occasioni per vedere quanto Dio ci è vicino, quanto ci vuol bene, quanto ci aiuta.
Con tale atteggiamento, anche le situazioni di difficoltà sarebbero modi attraverso i quali si manifesta la misericordia di Dio.
È vero! In tanti casi c’è pure da rinunciare a qualcosa; ma proprio per la forza della fede, la rinuncia si compie nella gioia.  
Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello