Testi liturgici: Is 55,1.3; Sl 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21
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Abbiamo cantato e ripetuto nel Salmo responsoriale: “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”.
È rivolto al Signore nell’ipotesi che si dimenticasse, o piuttosto è stato per ricordarlo a noi stessi?
Una cosa è certa: il Signore non si dimentica. Ha il cuore e le mani piene di tutto quello che ci è necessario.
Però, sarebbe inutile che lui abbia le mani piene di doni se noi, a nostra volta, non le apriamo per riceverli!
I modi, per aprire il nostro cuore e le nostre mani, sono diversi ed il Vangelo ascoltato ci insegna uno di questi modi.
Ci insegna a condividere quel poco che abbiamo; nel caso specifico: cinque pani e due pesci, dalle mani di quel ragazzo.
E se quel ragazzo non li avesse dati, per non perdere il suo nutrimento, ci sarebbe stato il miracolo della moltiplicazione?
Non lo so, ma una cosa è certa: quando teniamo strette le nostre mani per non perdere quello che abbiamo, ci mettiamo nella condizione di non aprirle per ricevere quello preparato dal Signore.
Riflettiamoci più profondamente.
Spesso siamo come coloro a cui Isaia rivolge la sua parola.
Come è vero! Quante volte nella nostra vita ci diamo da fare per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi, sia pure buoni!
Eppure, nonostante il grande dispendio di energia, alla fine ci rendiamo conto di non raggiungerli ed anche se li raggiungiamo, di fatto ci accorgiamo che sono come un cibo che non sfama e come un’acqua che non disseta.
Abbiamo bisogno di altro!
Di conseguenza, diveniamo sempre più inquieti e stanchi, logorati da una vita talmente vuota che ci dà appena quello che è accessorio e passeggero.
Soltanto quando iniziamo sul serio a cercare Dio ci rendiamo conto che questa ricerca, tutt’altro dall’essere faticosa e vuota, dà veramente senso alla nostra esistenza.
Solo allora esperimenteremo la verità della parola di Dio espressa, appunto, per mezzo di Isaia: “O voi tutti assetati, venite all’acqua… Venite, comprate senza denaro… Perché spendete denaro per ciò che non sazia… Venite a me, ascoltate e vivrete… Io stabilirò per voi i favori assicurati a Davide”.
Dunque, il Signore ci dà tutto e, per di più, ce lo dà gratuitamente.
Però, come detto pocanzi, vuole la nostra collaborazione perché possa donarci la cosa più importante. Ed in questo il nostro dono, anche se piccolo e apparentemente insignificante, ha sempre un ruolo decisivo.
Gesù lo dimostra attraverso la moltiplicazione dei pani e dei pesci: poco il contributo, grande la conseguenza.
Quali sono i pani e i pesci che a noi chiede di portare?
Sono i nostri talenti, le nostre capacità, il nostro tempo, i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, tutto quello che abbiamo; in altre parole, la nostra vita vissuta per amore: ecco perché, nelle così dette preghiere del mattino, offriamo la giornata al Signore.
In maniera tutta speciale, inoltre, è l’offerta che fra breve faremo sull’altare.
Apparentemente offriamo poca cosa: la nostra presenza, la nostra preghiera, il nostro ascolto della Parola, la nostra riflessione, i nostri propositi, il nostro canto, il nostro contributo nella questua: tutte cose che sono rappresentate dal pane e dal vino che ufficialmente è portato sull’altare.
È vero, è ben poca cosa quello che offriamo noi!
Ma il Signore si serve proprio di questo poco per moltiplicarlo in un valore infinito e condividerlo assieme: è lui stesso morto e risorto che diventa nostro cibo per saziare la nostra fame di Dio. Cosa c’è di maggiore valore?
Quanto è grande l’amore di Cristo! Chi ha il coraggio di lasciarlo?
Comprendiamo bene, allora, la parola ascoltata per mezzo di Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”.
Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello