20 CananeaTesti liturgici: Is 56,1.6-7; Sl 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,22-28
Per documento: clicca qui
Alcune espressioni, oggi ascoltate, suonavano molto male agli ascoltatori di Isaia e ancor più a quelli di Gesù, ai quali, in varie circostanze, con parole, fatti e miracoli, sottolinea con forza gli stessi concetti.
Quali sono queste parole?
Sono quelle pronunciate da Isaia: <Così dice il Signore: “Gli stranieri li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli”>.
Lo ripeto, quanto dovevano essere dure queste parole agli orecchi degli Israeliti!
Perché?
Essi, convinti di essere il popolo scelto e prediletto da Dio, avevano sempre guardato con disprezzo gli altri. Li definivano pagani e miscredenti, e quindi fuori dell’amicizia di Dio.
Il Signore, invece, vuol farci capire che vivere l’amicizia con Lui non proviene dal fatto di appartenere a una categoria di persone o ad un popolo, quale quello di Israele, anche se questo aveva un passato e una storia gloriosa. A Dio questo non interessa.
Invece, per lui sono amici coloro che mettono in pratica la sua Parola e vivono nell’osservanza della sua legge.
Questo vale anche per noi, nel senso che dobbiamo stare in guardia dal confrontarci con il comportamento degli altri, che, trovandoli peggio di noi, ci potremmo sentire gratificati. Invece, è una falsa gratificazione ed una falsa consolazione: ammesso pure che siamo migliori di altri, non per questo lo siamo anche davanti a Dio.
Ma c’è anche dell’altro.
Essere cristiani non è né un dovere, né un fatto di semplice tradizione, ma deve essere un’esperienza che nasce innanzitutto dalla gioia di riconoscersi figli di Dio.
Potrebbero esserci persone che, anche se nominalmente non sono cristiani, di fatto vivono da cristiani e potrebbero essere meglio di noi.
Prova lampante è l’episodio evangelico della donna cananea.
Secondo la mentalità ebraica sarebbe stata da rifiutare perché non appartenente al popolo di Dio, perché pagana e adoratrice di altri dei. E se, per eccezione, i discepoli dicono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”, è solo per togliere il fastidio.
Eppure ha dimostrato una fede molto più profonda e convinta di quella dei discepoli stessi.
A questo punto, potrebbe sorgere una domanda.
Perché Gesù, almeno come sembrerebbe, l’ha trattata piuttosto male?
L’atteggiamento di Gesù non è di ostilità, prodotta dal fatto che è pagana; non è neppure indifferenza o durezza di cuore; è solo per metterla alla prova e per rafforzare la sua fede.
Infatti, avendo colto in essa una grande capacità di amare, sa pure che, mettendola alla prova, può condurla a una fede ed un amore ancor più grande: ed infatti così accade!
E noi ci meravigliamo, allora, se nella nostra vita qualche volta siamo messi alla prova?
Serve sempre per misurare la nostra fede e il nostro amore.
In conclusione, l’invito concreto è fare attenzione a come valutiamo gli altri: forse proprio alcuni di quelli che noi riteniamo lontani da Dio, possono darci grandi lezioni.
Ci auguriamo che possano realizzarsi anche in noi le parole di Gesù dette alla Cananea: “Grande è la tua fede! Avvenga per te quanto desideri”.

Sac. Cesare Ferri, rettore santuario san Giuseppe in Spicello