21 Chiavi a PietroTesti liturgici: Is 22,19-23; Sl 137 Rm 11,33-36; Mt 16,13-20
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Abbiamo ascoltato ciò che Gesù dice a Pietro: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”.
Espressione analoga l’abbiamo sentita anche nella prima lettura.
Il Signore che si rivolge a Sebna, maggiordomo del palazzo regale, e come gli dica di sostituirlo con Eliachìm, con queste parole: “Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide”.
Nel caso di Pietro, è un tipo di incarico nuovo; nel caso di Sebna, è una sostituzione di incarico per la indegnità nell’uso delle chiavi.
Ci domandiamo: Cosa indicano le chiavi?
Le chiavi sono simbolo di un potere su qualcosa o su qualcuno.
Il proprietario possiede le chiavi, altrettanto il capo di azienda e così via.
Colui al quale vengono affidate le chiavi, è una persona di cui ci si dovrebbe fidare ciecamente.
Quale differenza tra questi tipi di chiavi e quelle che Gesù intendeva dare a Pietro?
Nel primo caso è un potere su qualcosa che ci appartiene, di cui si può disporre come ci sembra meglio, appunto perché cose proprie o affidateci per la fiducia.
Nel secondo caso, invece, non è così.
Il potere delle chiavi nella Chiesa non è quello di amministrare cose proprie, ma di amministrare la misericordia di Dio, con l’incarico di distribuirla per salvezza di tutti.
Non si tratta, quindi, di un potere umano, ma di un potere divino: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli”.
Non si tratta un fatto arbitrario e preferenziale, come potrebbe sembrare.
Nel caso, il “legare” non sta nella volontà o nel capriccio di chi ha le chiavi, ma nella impossibilità di donare il perdono a coloro che non l’accolgono, perché non sono pentiti.
Inoltre, c’è chiarire un’altra cosa.
Il Signore non guarda al merito di colui a cui affida l’incarico; se fosse così, lo avrebbe dovuto togliere a Pietro, dopo che lo aveva rinnegato.
Il potere rimane sempre, appunto perché nel Signore prevale la misericordia. Egli non allontana mai nessuno e continua a dare sempre fiducia a tutti.
È un richiamo per noi che ci scandalizziamo quando i pastori della Chiesa non si comportano bene: il fatto personale è indubbiamente negativo, ma il potere rimane.
Piuttosto, esaminiamoci su come noi esercitiamo il potere.
Non dobbiamo dimenticare che ogni potere appartiene a Dio. È lui che lo distribuisce alle persone, secondo i suoi fini e la sua volontà. Noi siamo semplicemente delegati.
Questo vale per ogni esercizio di potere, sia in un ambito piuttosto limitato: come in famiglia, in azienda, in un gruppo associativo, in un incarico ricevuto; sia in un ambito più grande: come quello degli amministratori pubblici, dei governanti, e questo sia in ambito civile che ecclesiale.
Credere di essere onnipotente perché, per un periodo più o meno lungo della vita, deteniamo il potere ad alto livello, è davvero sciocco.
Però, non è facile capire questo messaggio, perché l’ansia di comandare prende proprio tutti, senza renderci conto che pure finisce e senza sapere se, nel giudizio dei sudditi, finirà in benedizione o maledizione.
L’episodio della prima lettura vuol insegnarci proprio questo.
Dice il Signore al maggiordomo: “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto”.
Quale è stato il suo errore?
È stato quello di essersi sentito padrone, non padre e servitore.
Lo dicono le parole successive, riferendosi a Eliachìm che eserciterà il potere con spirito diverso: “Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda”.
Per ognuno di noi c’è da riflettere sul come utilizziamo le chiavi nel posto che occupiamo e nel servizio che ci è stato conferito.

Sac. Cesare Ferri, rettore santuario san Giuseppe in Spicello.