22 Rinnegare se stessiTesti liturgici: Ger 20,7-9; Sl 62 Rm 12,1-2; Mt 16,21-37
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Che male ha fatto Pietro per scongiurare la brutta fine che Gesù avrebbe fatto a Gerusalemme, dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”?
Perché si è sentito rispondere: “Và dietro a me, Satana!”?
In fondo l’obiezione di Pietro è molto comprensibile: chi mai seguirebbe un maestro che profetizza la disfatta della sua missione; o chi andrebbe dietro a un condottiero sapendo che la sua impresa è destinata al fallimento?
Ma è proprio qui il problema!
Quello che per Pietro è un fallimento, nell’ottica di Dio è una vittoria. Infatti, è l’attuazione di un piano di salvezza che, grazie a tale apparente sconfitta, salverà l’umanità.
Pietro ragiona solo con la logica umana e non con quella divina, tanto che Gesù aggiunge: “Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.
Per questo, poi, Gesù si esprime chiaramente: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Cosa vuol dire rinnegare se stessi e cosa vuol dire prendere la croce?
Su questo punto non sempre abbiamo le idee chiare.
Rinnegare se stessi significa non fidarsi di quello che proviene dall’istinto o di quello che, a prima vista, ci fa comodo o che ci sembra più facile, ma è mettersi sempre in un atteggiamento di richiesta: “Signore, cosa vuoi da me? Io voglio solo quello che tu vuoi! Non la mia, ma la tua volontà sia fatta!”.
Cosa ne proviene da tale atteggiamento?
È quello che Gesù cerca di spiegare dopo, quando dice: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita, per causa mia, la troverà”.
Per meglio comprendere quello che intende dire Gesù, usiamo una similitudine.
Se vogliamo conservare il chicco di grano nel magazzino, prima o poi lo perderemo perché sarà consumato da qualcuno o da qualcosa; se invece decidiamo di perderlo, col metterlo sotto terra, nel giro di qualche mese si trasformerà in altri chicchi che arricchiranno ancor di più il magazzino.
Per cui, di fatto, la perdita è solo apparente: si perde per avere di più.
Come si applica alla nostra vita cristiana?
Proprio nel prendere la propria croce.
Ma, attenzione, essa non si limita e non è anzitutto e solo, come spesso intendiamo noi, nell’accettare le sofferenze fisiche, psichiche e morali, nel sopportare le persone moleste e noiose, nel dover vivere con persone di diverso carattere, e così via.
La vera croce di cui parla Gesù è un’altra: è quella di seguire lui.
Perché è una croce ed è la croce per eccellenza?
Perché creerà incomprensione, derisione e persecuzione da parte di un mondo che segue tutt’altra logica.
È quello anche che ci ha detto Paolo: “Vi esorto a offrire i vostri corpi come sacrificio a Dio… Non conformatevi a questo mondo… rinnovate il vostro modo di pensare…”.
Ed è pure quanto riferito da Geremia: “La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno”.
Questo per noi avviene oppure no?
Se avviene è segno che siamo sulla buona strada, che stiamo prendendo la nostra croce.
Certamente, non è facile comportarsi secondo Dio, parlare a nome di Dio, essere coerenti alla propria fede, soprattutto quando dobbiamo andare contro corrente, proprio per il fatto che chi ci sta attorno la pensa diversamente e si comporta in tutt’altro modo.
Nonostante tutto, noi non vogliamo adeguarci, anche se in qualche modo ci perdiamo la faccia o, secondo l’espressione evangelica, ci perdiamo la vita. Si va avanti, nonostante l’immancabile sofferenza.
Ma è proprio questa la croce evangelica di cui parla Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua”.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello