Testi liturgici: Es 22,20.26; Sl 17; I Ts 1,5-10; Mt 22,34-40
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Che ne pensate della domanda posta dai farisei: “Maestro, nella legge, qual è il grande comandamento?”.
La domanda, almeno a prima vista, sembra saggia, retta e sincera, desiderosa di conoscere e fare la volontà di Dio.
Invece non è così.
Il dottore della Legge la pone per mettere in difficoltà il Signore, per capire da che parte stesse e, di conseguenza, per denunciarlo come troppo rigido o troppo permissivo.
Ma, perché la domanda è posta su questo piano?
Per il motivo che si facevano grandi diatribe e discussioni. Esse riguardavano proprio quale fosse, in tutta la legge mosaica, il comandamento più importante. Da notare, infatti, che i comandamenti erano diverse centinaia e non tutti, ovviamente, sullo stesso piano, anche se tutti obbligavano.
Quali erano, fra questi, quelli essenziali ed irrinunciabili?
Le discussioni si protraevano all’infinito.
Ogni scuola rabbinica aveva le sue ipotesi e tali ipotesi erano molto diverse tra loro: la conseguenza era che non si riusciva a capire quale fosse veramente il comandamento più importante, quello da cui dipendevano tutti gli altri.
Volevano mettere alla prova Gesù, come detto, per sapere con chi si fosse schierato e, così, poter avere un capo di accusa.
Come sempre, in analoghe situazioni, Gesù ne esce bene, mettendo a tacere i suoi avversari.
Egli, con grande semplicità, fa riferimento all’unico comandamento importante: quello dell’amore. Tutti gli altri sono conseguenza dell’amore, dipendono da esso.
In altre parole, tutto quello che si dice e che si fa, se non è ispirato dall’amore, perde ogni valore.
Questo vale anche per noi.
Il compiere tante cose buone, comprese pure quelle di carattere religioso, compresa pure la partecipazione a questa Messa: sarebbero tutte cose di poco valore se non provenissero e se non portassero all’amore vero e sincero, sia verso Dio che verso gli altri.
Ancor peggio, poi, è perdersi dietro a discussioni inutili, sia pure di carattere religioso. Lo ripeto, se la nostra fede si incarna nell’amore concreto per il Signore e per gli altri, siamo sulla strada giusta; altrimenti ci stiamo solo illudendo.
È quello che ci è stato sottolineato nella prima lettura.
Abbiamo ascoltato che uno dei cardini della legge mosaica era il rapporto di giustizia e di amore verso gli altri.
La stessa cosa vale per oggi.
Dio non manca di darci delle indicazioni precise sul come comportarci.
Ci dice che la carità e la giustizia non possono essere lasciate all’arbitrio del nostro capriccio o del nostro modo di vedere le cose.
Non ci può essere una vera vita di fede, se prima non si fa attenzione a quegli aspetti che, pur sembrando minimi, in realtà sono fondamentali e regolano gli aspetti della giustizia e del buon senso comune del vivere umano.
Inoltre, ci ricorda che Dio ascolta particolarmente le persone svantaggiate: i poveri, gli orfani, le vedove, i bisognosi, gli indigenti.
Questo ci fa riflettere sull’importanza di essere equi nei rapporti umani. Sarebbe scandaloso creare delle disparità e delle ingiustizie per i propri profitti personali.
In tale caso, ci si illude di essere religiosi: in realtà, è solo disimpegno dai reali problemi della vita e che, poi, ci lascia nella piena scontentezza.
Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello