defuntiTesti liturgici: Sap 3,1.9; Sl 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12
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Se ieri abbiamo celebrato la solennità di tutti i Santi, oggi celebriamo la memoria dei defunti.
Sono due celebrazioni che si integrano a vicenda, perché ambedue sono rivolte a santi, ma con una differenza: i santi celebrati ieri, sono quelli in paradiso; quelli che celebriamo oggi, sono le anime che hanno bisogno di purificazione e che chiamiamo “le anime sante del Purgatorio”.
Oggi chiediamo al Signore il “suffragio per loro”.
Cosa è il suffragio?
È, appunto, la nostra supplica a Dio perché si ricordi di chi ci ha lasciato, perché conceda loro la totale purificazione del peccato, perché doni loro il riposo eterno del paradiso.
Ma il suffragio non è solo questo. È, soprattutto, un’altra cosa.
Infatti, non sta tanto nel ricordare a Dio che non si dimentichi dei defunti, come se, che col passare del tempo, se ne dimenticasse: lui non si dimentica.
Piuttosto, è un ricordalo a noi.
È un appello fatto a noi stessi, a non dimenticarci di continuare il cammino di conversione e di purificazione, tutti i giorni, finché ci è dato tempo. Il tempo che ci è dato, dura sino alla morte.
Su cosa riflettere e cosa fare in questo tempo, in cui viviamo sulla terra?
Premetto che, da un punto di vista umano, la morte sembrerebbe davvero una grande sconfitta. Sembrerebbe proprio la fine, la fine di tutto quello che abbiamo fatto di buono, di bello e di utile per noi e per gli altri.
Invece, ci ha detto il libro della Sapienza, non è così. Quando si vive nella rettitudine interiore, cercando soprattutto Dio e il suo amore, nulla di noi viene perduto. Anzi, ai suoi occhi ogni atto che abbiamo fatto nella vita ha un valore enorme, che ci accompagna nell’eternità.
Allora, la morte non è la fine di tutto; piuttosto è il momento nel quale riceviamo la conferma e il premio delle nostre scelte, fatte di giorno in giorno.
Ci è stato sottolineato nella seconda lettura.
Essa ci ha detto espressamente che la morte non è l’esperienza della fine; è piuttosto il momento nel quale Dio fa, nei nostri confronti, un gesto davvero materno e delicato: egli asciuga le lacrime dai nostri occhi.
dolore. Dio si china su di noi e con il suo abbraccio paterno e materno, dopo averci tolto gli ultimi residui del peccato, ci introduce nella sua felicità.
Per questo, guai se le nostre lacrime attuali si fermassero ad essere solo segno di sofferenza; esse devono aprirci alla speranza e all’attesa, appunto, di quel giorno in cui Dio, proprio come ascoltato dalla Sapienza: “Asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
Abbiamo bisogno di queste riflessioni e di questo impegno.
Può e dovrebbe avvenire quando celebriamo un funerale, cosa che, in genere, si limita a familiari e parenti, ad amici e conoscenti del defunto.
Oggi la Chiesa allarga l’orizzonte. Invita tutti, a celebrare e a riflettere come comunità cristiana.
Ci dice, inoltre, che non ci sarebbe bisogno di aspettare l’ultimo giorno per godere della gioia di una scelta di vita.
Per chi lo vuole, questa speranza di gioia eterna si realizza in qualche modo, sia pure limitato, anche in questo mondo, a condizione che ascoltiamo quello che ci dice Gesù, e seguiamo il suo stile di vita.
Se seguiamo Lui, facendo la volontà del Padre, già siamo beati, sia pure con tutte le limitatezze. Ecco perché anche oggi, come ieri, ci accompagna l’elencazione delle beatitudini.
Esse manifestano la vita vissuta nella piena libertà e nella gioia, nella pienezza dell’amore.
Non si tratta di fare chissà che cosa, per essere felici. Diventa un dato di fatto, per chi vive da vero cristiano.

Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello