Cristo-Re-dello-universoTesti liturgici: Ez 34,11.12-15.17; Sl 22; I Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46
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A conclusione dell’anno liturgico, la Chiesa ci fa contemplare Gesù Cristo Re dell’universo. Lo fa indicandoci il Crocifisso.
Potrebbe sorgere una domanda.
Ma come? Diciamo che Gesù è Re e poi lo guardiamo inchiodato sulla croce?
Se è così, allora, è uno sconfitto, non è certamente un Re!
Eppure, in un altro brano di Vangelo, Gesù stesso dice che l’ora della croce è quella della sua glorificazione! Anzi, dice ancora, che da questo insolito trono, ma sempre regale, eserciterà la sua signoria, con queste testuali parole: “Quando sarò elevato, trarrò tutti a me”.
Come si spiega il fatto? Non è contro la nostra logica? Chi può immaginare un re:
Che viene, non per essere servito, ma per servire?
Che si toglie le vesti e si mette a lavare i piedi dei discepoli?
Che entra in Gerusalemme in groppa ad un asinello, a sua volta, ricevuto in prestito?
Che si sceglie la croce, quale trono regale?
No, un Dio così è un “assurdo” – dicono i pagani -, è “scandaloso” – ribattono i Giudei.
Per noi, invece, è la pienezza dell’amore!
Però, non lo comprendiamo se non ci mettiamo nell’ottica dell’amore e del servizio, della donazione e della misericordia.
Solo allora appare chiaro che la regalità di Cristo è diversa da quello che noi immaginiamo.
Questo, anche nel giudizio finale.
Ce lo vuol far capire attraverso la narrazione particolareggiata di come si svolgerà tale giudizio. Il Vangelo ascoltato lo ha ben descritto.
In quel momento non ci chiederà quante pratiche religiose abbiamo snocciolato a quanti pellegrinaggi abbiamo partecipato, ma ci chiederà se e quanto abbiamo amato!
Ci chiederà se e quanto abbiamo preso cura di chi il Signore ci ha messo vicino!
Ci chiederà se assomigliamo al pastore, di cui la prima lettura: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; la pascerò con giustizia”.
Questa descrizione non è altro che l’amore e la misericordia del Signore verso di noi. Di conseguenza, a noi chiede di fare altrettanto verso gli altri.
Anzi, ci dice espressamente che l’amore verso il fratello non è altro che l’amore verso di Lui: “In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
È commovente la concretezza di Gesù: dar da bere e da mangiare, curare e ospitare, vestire e visitare, andare a trovare.
Non si tratta di fare chi sa che cosa. Si tratta di vivere nell’amore quotidiano, spesso nascosto e silenzioso, verso tutti, nel compimento del proprio dovere, ma che fa la differenza!
Proprio come Gesù. Non è un re che, alla maniera umana, ha bisogno di manifestare la sua potenza in maniera roboante. Infatti, non è sceso dalla croce, come gli richiedevano.
L’avrebbe potuto fare, ma a che vantaggio? Quanti miracoli, del resto, aveva fatto in precedenza!
Questa è la logica di Dio!
È quello che il Signore dirà attraverso Paolo: “La fortezza di Dio si manifesta nella sua debolezza”.
Per cui anche Paolo dirà: “Quando sono debole, è allora che sono forte!”.

Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello