Giovanni BattistaTesti liturgici: Is 11,1-10; Sl 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
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Sembra proprio un assurdo, sembra una utopia, quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Sembra proprio che il profeta vada contro natura.
Infatti, cosa può mai germogliare da un tronco secco?
Eppure, si tratta di saper leggere quello che vuol significare l’immagine.
Il profeta intende riferirsi alla dinastia di Davide, servendosi appunto di immagini e, nel caso, di quella di un tronco secco.
Con esse intende spiegare quello che era avvenuto nel passato e quello che sarebbe accaduto per il futuro.
Vi era un dato di fatto, che ai tempi del profeta si era estinta la stirpe di Davide, quella dinastia da cui, come promesso da Dio, sarebbe nato il Messia, il Salvatore del mondo.
Pertanto, a quella gente sorge il dubbio; Dio non è stato fedele nel mantenere la promessa.
Non è così, dice Isaia, perché Dio non può non essere fedele.
Da quel tronco secco germoglierà un virgulto, e sarà proprio il Messia atteso. Egli sarà pieno dello Spirito del Signore, e comporrà gli elementi che, a prima vista, risulterebbero opposti e nemici.
Proprio per far comprendere questo, il profeta usa quelle immagini che in natura non sarebbero conciliabili tra loro: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello … il lattante si trastullerà sulla buca della vipera … il bambino metterà la mano nel covo dei serpenti”.
Ebbene, Gesù verrà a realizzare tutto questo, verrà per creare un’armonia tra quegli elementi che abbiamo chiamato opposti e nemici.
Sarà proprio lui ad inaugurare una pace universale, cosa che anche i contemporanei di Gesù riescono a comprendere.
Ecco perché Giovanni Battista, per prepararli all’evento, è costretto a gridare dal deserto: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! … Preparate la via del Signore”.
Usa anche parole durissime: “Razza di vipere!”.
Egli pronuncia questo soprattutto nei confronti dei farisei, cioè nei confronti di coloro che avrebbero dovuto essere i primi a convertirsi e credere alla missione di Gesù; ma questo non avviene, perché essi hanno criteri del tutto diversi da quelli intesi dal Battista.
Per loro, infatti, essere persone religiose e perbene, consisteva nel proclamarsi figli di Abramo, appartenenti cioè al popolo eletto. Il loro, quindi, era un fatto puramente esteriore e di tradizione. È come se avessero detto: “Abbiamo fatto sempre così, non c’è nulla da cambiare!”.
Forse che, spesso, questo comportamento non si applica anche a noi e, comunque, a molti cristiani?
Quante persone dicono di essere brave e di sentirsi a posto in coscienza, perché sono battezzate, perché ricevono qualche volta i sacramenti, perché qualche volta pregano; dicono con fierezza di essere credenti, pur ammettendo di non praticare; dicono inoltre che non fanno il male a nessuno, e che anzi, nel limite del possibile, cercano di fare il bene.
La stessa cosa potrebbe essere pensata pure da coloro che di fatto sono praticanti, che frequentano la chiesa, ivi compresi anche alcuni operatori pastorali.
Tutti questi si sentono a posto, credono di non avere bisogno di conversione.
Ma è proprio qui il richiamo del Battista, che diventa il richiamo per ognuno di noi, se vogliamo veramente incontrare il Signore.
La conversione vera parte dal di dentro, implica soprattutto un cambiamento profondo del nostro modo di pensare, con la conseguenza che vi sarà pure un diverso modo di comportarsi.
Essendo pellegrini in questo mondo, in quanto siamo avviati verso la vera patria del cielo, assomigliamo a coloro che camminano lungo la strada.
Cosa succede loro?
Che procedendo vedono sempre nuovi paesi e nuovi panorami.
Così è per il cristiano in cammino di fede: ogni giorno dovrebbero scoprire che il Signore chiede sempre qualcosa di più e di meglio.
Ecco perché dobbiamo avere il cuore aperto e attento alla sua parola, ecco perché dobbiamo convertirci.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello