Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
27 agosto 2026 * S. Monica
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15 SeminatoreTesti liturgici: Is 55,10-11; Sl 64; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23
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È iniziata così la prima lettura: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo…”.
Le gocce d’acqua che cadono dal cielo hanno un percorso obbligato: cadendo sulla terra, si raccolgono insieme, formano un fiume, vanno verso il mare. Nessuno può impedire tale percorso che, qualche volta purtroppo, diventa devastante.
La stessa cosa avviene per la parola di Dio, nel senso che essa possiede una forza trasformatrice tale per cui non si può impedire la sua azione.
Il testo, infatti, così prosegue: “Non ritornerà a me senza effetto, senza avere operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”.
È vero che questo avviene? E come può avvenire?
Apparentemente sembra proprio che questo non avvenga nulla, sembra che gli eventi smentiscano la Parola stessa.
Invece sempre avviene qualcosa, o in un fronte o nell’altro, o in bene o in male.
La pioggia qualche volta, anziché portare refrigerio all’uomo e vitalità alle le culture, può divenire “inondazione”.
Analogamente avviene alla parola di Dio, non ascoltata e non accolta, può divenire “condanna”.
Gesù dirà, in un altro contesto, di essere venuto non per condannare, ma per salvare. Infatti, lui non condanna mai, ma – prosegue - è la parola stessa che condanna.
Isaia, da parte sua, la considera su un altro fronte e fa vedere il suo effetto di grazia.
Per farlo capire, usa l’immagine della semina.
Il processo del seme per sua natura è lento, pare che nulla cambi nel terreno. In realtà, i cambiamenti più importanti avvengono lontani dalla vista umana, precisamente nel momento in cui il seme mette le radici e si fortifica: è la fase più nascosta, ma è la più importante.
Analogo è il processo della Parola di Dio, anche se non ce ne rendiamo conto.
Però, perché avvenga il suo effetto di grazia, è necessario rendersi disponibili al cambiamento che la Parola vuole operare in noi: essa ci chiama sempre a continua conversione.
La parabola evangelica ascoltata ci ha voluto dire proprio questo. Inoltre, ha sottolineato un altro aspetto.
L’ascolto della Parola e la sua messa in pratica, subisce sempre una prova. In altre parole, c’è da soffrire: non tanto per il necessario sacrificio personale, quanto per ciò che ne viene dall’esterno.
Il Signore non ci nasconde il fatto che l’obbedienza alla sua Parola creerà persecuzione e incomprensione. Però, tale fatto è provvidenziale, perché ci fa prendere coscienza se viviamo veramente quello che diciamo di credere. Solo allora possiamo costatare se ha posto radice dentro di noi.
Da dove ci viene la forza per superare tali prove?
La forza è proporzionata allo spazio che le abbiamo dato per ascoltarla nella vita di ogni giorno: perché essa è luce, ma anche forza.
Nel contempo ci apre pure alla speranza, come asserito da Paolo: “Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”.
La gloria futura! Questo deve essere l’oggetto principale della nostra speranza e di ogni nostro sforzo.
È davvero triste vedere tanti credenti che hanno ridotto la loro fede cristiana quasi semplicemente ad un fatto assistenziale e sociologico: se il nostro impegno e la nostra sofferenza non serve a dare l’accesso al cielo, verso il quale dobbiamo tendere, a cosa serve tanto impegno e sforzo?
Bisogna davvero chiedere allo Spirito Santo una grazia.
Ci dia la capacità di guardare dentro il nostro cuore, per vedere se permettiamo alla parola di attecchire in noi, in quanto siamo terreno buono, in modo tale che si realizzi l’ultima frase di Gesù: “Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.
Sac. Cesare Ferri, rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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