Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
28 agosto 2026 * S. Agostino vescovo
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AgricoltoreTesti liturgici: Is 35,1-6; Sl 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11
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Questa domenica è nel segno della gioia.
Sono le parole all’inizio della prima lettura: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”.
A chi si rivolge il profeta Isaia?
Al popolo di Israele esiliato, sgomentato e sfiduciato, ormai rassegnato a non poter più tornare in patria. Isaia dice loro che il Signore non si è dimenticato e che torneranno con gioia alla propria casa.
Per esprimere questo usa delle immagini, quali, ad esempio, quella della fioritura in un deserto, della vista riacquistata dal cieco, dello zoppo che salta come un cervo, e simili.
Pertanto, ne segue l’esortazione: “Coraggio, non temete!”.
Ebbene, non è forse quello che vogliamo sentire anche noi, nelle non poche vicende dolorose e tristi della vita?
Il Signore lo assicura ance a noi.
Però, bisogna anche saper attendere nella speranza e nella pazienza, proprio come ci esorta Giacomo: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra … Siate costanti anche voi, perché la venuta del Signore è vicina”.
Quante paure, quante angosce e preoccupazioni in meno avremmo, se credessimo e sperassimo maggiormente in questa presenza del Signore!
Dobbiamo imparare ad affidare tutto quello che viviamo al Signore, nella certezza che ci darà sempre la forza di lottare, ed anche di rialzarci se cadessimo lungo la strada.
Dobbiamo mettere in conto che non sempre e non tutto arriva subito!
Il Signore, infatti, non misura il tempo secondo il nostro metro; di qui la necessità della perseveranza.
L’appello alla gioia e l’esortazione all’attesa, poi, trovano il loro culmine nel brano evangelico. Ancora una volta l’evangelista usa immagini, attraverso le quali descrive gli effetti della presenza del Signore Gesù: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i morti risuscitano … “.
È la risposta che gli inviati devono dare a Giovanni. Egli in quel momento si trovava in carcere. Sembra che, almeno apparentemente, sia preso da una crisi di identità e perciò manda i suoi discepoli da Gesù, desideroso di sapere se, nella sua vita e nella predicazione, sia rimasto fedele.
Partiti i discepoli, Gesù coglie l’occasione per parlare bene di Giovanni, sottolineando, soprattutto, la sua coerenza.
In altre parole, quello che Giovanni ha sempre insegnato, coincide in pieno con quello che vive in prima persona.
Egli non è tra quelli che dicono ma non fanno, proprio come spesso avviene, anche ai nostri tempi.
Troppe persone si ergono a maestri del popolo.
Siamo talmente stanchi di sentire parole urlate, anche attraverso i televisori, di persone che dicono ma non vivono in prima persona, si mostrano interessati per gli altri, ma in realtà pensano solo a se stessi.
Tutto questo rende perplessi e mette in crisi buona parte di noi.
Quando, invece, vediamo qualcuno che vive in prima persona quello che annuncia, allora il nostro cuore si fa subito attento e riflessivo, comprendiamo di trovarci di fronte ad un vero maestro della fede e della vita. Cerchiamo anche noi di appartenere a questa categoria?
Sac. Cesare Ferri rettore santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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