Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
24 luglio 2024 * S. Cristina vergine
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Il seminatore

Riflessione dettata dal Rettore alle famiglie riunite in ritiro spirituale il 10 febbraio 2013 presso il Santuario San Giuseppe in Spicello di San Giorgio di Pesaro
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Il sottotitolo ci illumina: esperienza e dottrina camminano di pari passo e sono concatenati, anche se, di fatto, l’esperienza viene prima, in quanto che, se non si fa esperienza, non si possono neppure dettare principi e regole motivate, sia per un buon comportamento, che per un fruttuoso apostolato; ma anche viceversa. Il buon comportamento aiuta a fare esperienze migliori.
Fare esperienza di che cosa o di chi?
Si tratta di fare esperienza di Gesù Cristo, accogliendolo nella propria vita.

Egli ci concede luce attraverso il suo Spirito e ci fa vedere chiaro su come comportarsi tra coniugi, tra genitori e figli, tra famiglie e vicini, nell’ambito associativo; fa rendere fruttuoso il nostro apostolato. Però, in questo rapporto con Lui, c’è da raddrizzare qualcosa.
Se l’esercizio della fede e delle pratiche di pietà non è legato ai doveri della quotidianità, è solo “religiosità”, che poi sconfina nell’“intimismo” e nel “bigottismo”; se ci si impegna ad osservare solo le regole e il buon comportamento, senza una intimità con il Signore, è “legalismo” e la vita rimane arida; se nell’apostolato contiamo prevalentemente sulle nostre capacità, dandoci ad una eccessiva attività, in cui Dio diventa una specie di servo a nostra disposizione, è “attivismo”.
Il culto, il rapporto con Dio mai possono distaccarsi dalla vita; l’andare a Messa o al ritiro o agli incontri formativi, non è compiere un semplice dovere più o meno imposto, ma è il mezzo per vedere chiaro nella vita e comportarsi di conseguenza.
Il brano paolino ascoltato ci fa capire quello che può avvenire quando, sulla pratica e sull’esperienza, prevale l’osservanza della legge. A cosa è servita loro - dice Paolo ai Galati - l’esperienza che hanno fatto nello Spirito, tanto che ora sono tornati al punto di partenza?
Li affronta con termini duri: “stolti, ingannati, scellerati, privi di senno”. Sono tornati al “legalismo”, alla sola osservanza della legge, che chiama “opere della carne”, trascurando le “opere dello Spirito”, cioè l’ascolto e il rapporto con Dio.
Ma, tra i cristiani di oggi, c’è anche di peggio: c’è l’“indifferenza”.
Il Papa, nell’udienza del 14 novembre 2012, disse: “C’è una forma di ateismo che definiamo, appunto, “pratico”, nel quale non si negano le verità della fede o i riti religiosi, ma semplicemente si ritengono irrilevanti per l’esistenza quotidiana, staccati dalla vita, inutili. Questo modo di vivere risulta ancora più distruttivo, perché porta all’indifferenza verso la fede e verso la questione di Dio”. E’ vero, c’è tanta ostilità nei confronti della fede, ma l’indifferenza è ancora peggiore.
Questo, purtroppo, può avvenire anche nella vita dell’Istituto e nei gruppi. C’è stato sempre il problema. È ancora vivo in me il ricordo di tempi passati, allorquando a livello locale, citando lo stesso brano, intervenivo perché si voleva creare una realtà di Istituto e di gruppi distaccata dallo spirito iniziale e dalle esperienze fatte: cosa che poi, di fatto, è avvenuta. Oggi ne portiamo ancora le conseguenze. In alcuni manca il senso di famiglia, non tanto verso qualcuno, ma a livello più ampio, totale, verso tutti.
Ma oggi, oltre a questo, c’è anche di più. Stiamo correndo altri rischi, proprio perché si è perso lo spirito iniziale. Facilmente tralasciamo gli incontri, non c’è in tutti la gioia dell’incontro stesso, serpeggia il sospetto verso qualcuno mantenendo le distanze, si guarda il negativo o lo si suppone, con ciò segue e circola una critica distruttrice, non si considerano le cose belle e i doni elargiti dal Signore, non si pensa che il dono di ognuno è una ricchezza per tutti.
Che fare? Queste cose, da parte di coloro che ne soffrono, vanno affrontate nella carità; da parte di tutti bisogna tornare a fare una vera esperienza di Dio. Per fare questa esperienza, usando una espressione cara ai maestri di vita spirituale, è necessario curare di più la vita interiore.
Cosa è la vita interiore? La vita interiore non si definisce. È quella che ci mette in comunione intima con Dio, ci fa fare esperienza di Lui, ci fa vivere la stessa vita che vive Gesù: “Per me – dice Paolo – il vivere è Cristo”. E altrove: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”.
Come si giunge a questa esperienza? Non si tratta di conquistarla, ma di accoglierla. Questa vita ci è stata data in dono nel battesimo; è stata come unificata in coppia nel giorno del matrimonio; è stata arricchita con un “di più” nel giorno della professione dei voti. A noi, però, rimane l’impegno per coltivarla, con tanta umiltà.
Da ricordare che ognuno ha il suo specifico dono, da vivere in maniera unica e irrepetibile. Possiamo solo raccontarlo, come frutto di esperienza, non tanto per invitare il fratello o la sorella a imitarci, quanto a unirsi a noi per lodare Dio, e nel contempo per provocare in lui il desiderio di incontrare Dio, nel proprio modo specifico, in maniera più profonda. Raccontare le proprie esperienze è un arricchimento vicendevole: aiuta ad essere più intimamente uniti a Dio e fra di noi.
Quanto più profonda è l’esperienza di Dio, tanto più si sente il bisogno di comunicarla: ecco l’apostolato. Esso è lo straripamento della vita interiore, è frutto della unione con Dio. Benedetto XVI dice: “La fede cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia”.
“Viene comunicata”: molti hanno la bocca piena del “dobbiamo fare comunione”, confondendola spesso “con l’andare d’accordo”. Niente da dire. Ma si va d’accordo, pur nella diversità dei doni, solo se siamo mossi dallo Spirito, nel rispetto del dono di ciascuno. In proposito Giovanni Paolo II diceva: “Non facciamoci illusioni: nel cammino spirituale a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita”.
Le esigenze fondamentali e i segni della vita interiore sono la preghiera, la vera preghiera, che segue alla Parola ascoltata, non solo le formule. Per usare un’altra espressione di Giovanni Paolo II: “Una pausa di vera adorazione ha maggiore valore e frutto spirituale della più intensa attività, fosse pure la stessa attività apostolica”.
Per attività apostolica si intende la trasmissione del messaggio evangelico che è lo scopo esclusivo della Chiesa, prolungamento di Cristo, in cui siamo inseriti anche noi. Cosa faceva Gesù? Più volte leggiamo, a conferma di quanto detto, che “passava la notte in preghiera”.
Come si fa apostolato? Si tratta di essere “testimoni” dell’amore infinito di Dio, dopo averne fatto personale esperienza. Si tratta di mettere in pratica il programma di don Alberione: “Farò dono al prossimo del mio sorriso che rifletta la bontà di Dio”.
Questa parentela con Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci lega strettamente anche al prossimo: “Se uno dice di amare Dio e non ama il prossimo – dice Giovanni - è bugiardo”.
Se uno sinceramente ama, non può non trasmettere qualcosa: ecco l’apostolato. Esso, pertanto, prima che “fare” è “essere”.

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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